Superare la palude (riflessione sul Bandolo, nuovo manifesto culturale)

Superare la palude

(riflessione sul Bandolo, nuovo manifesto culturale)

 

Un Manifesto non è altro che una provocazione culturale. Nulla di più, ma nulla di meno nello stesso tempo. E cosa si vuole denunciare con il Bandolo? Quale capo della matassa si vuol trovare, quale indicazione per uscire dallo stallo? Dirò che l'istanza fondamentale sta tutta in un rilancio della creatività autentica, capace di attingere a valori superiori, universali, autenticamente umanistici, di contro all'idea attuale, diametralmente opposta, che vede l'arte, anziché come vocazione, come puro e semplice professionismo. La crisi in cui viviamo non è altro che la crisi del Postmoderno, una stagnazione della vita culturale, avvitata su se stessa, manierista e celebrativa di una modernità oramai divenuta obsoleta. La scienza e la tecnica, che sono stati per lungo tempo i nuovi miti, noi non li viviamo più come tali, non infiammano più le nostre menti e i nostri cuori.

Il punto cruciale è che mancano visioni del mondo. Le antiche fedi, come quelle attuali, sono tramontate e non sono state sostituite da altre. Non ci sono più miti, non più sogni, ed è una decadenza che investe in particolare le arti. Gli artisti non trasmettono messaggi alti. Non hanno valori né aspirazioni universali. Così, deposte le armi, si sono messi a giocherellare (ci siamo messi a giocherellare). Ed è un gioco banale, che non ci arricchisce interiormente, come quello dei bimbi, ad esempio, ma ci impoverisce in astruserie insensate, in virtuosismi vanitosi che non hanno nulla a che fare con la ricerca della verità, con il bisogno ancestrale degli uomini di capire se stessi. Così ci trasformiamo in semplici operatori capaci di svolgere un'azione di puro professionismo, rinunciando al ruolo di promotori del mito, di promotori di civiltà. Pensiamo a pubblicare i nostri libri, a fare le nostre mostre, a vincere i nostri premi, eccetera, promuovendo noi stessi e i nostri affari, le nostre consorterie ed in breve la nostra carriera, la nostra affermazione personale, il nostro ego. E vi prego di considerare questa innanzitutto come un'autocritica, dal momento che tutti siamo coinvolti in questo sistema culturale, nessuno escluso.

Di certo la crisi che oggi viviamo non è la prima volta che accade e si è già verificata nella storia: pensiamo all'età barocca, tanto per fare un esempio. Ma non è vano ricordare che già Platone aveva sbattuto fuori dalla sua Repubblica i poeti e gli artisti, definiti filodoxoi, cioè amanti degli spettacoli, anziché amanti della verità, come erano a suo dire i filosofi (il che sarebbe tutto da dimostrare, a parer mio). C'è da considerare tuttavia che nello Ione, un'opera giovanile, minore, Platone aveva espresso ammirazione per l'arte dei rapsodi in quanto divinamente ispirati dalle Muse. Ci tengo a chiarire, a questo punto, che intento del Bandolo non è di perseguire un'estetica idealistica, e questo per un motivo semplicissimo: l'Idealismo divenne ben presto una forma di razionalismo, mentre il richiamo vocazionale dell'arte di cui noi parliamo, è sovra-razionalistico, similmente all'ispirazione dei rapsodi di cui parla Platone.

Le estetiche razionalistiche del passato erano fondate sul principio della separazione dell'uomo dal mondo. In esse il soggetto contemplava l'oggetto nell'intento di poterlo dominare. L'arte contemporanea, al contrario, si è svolta tutta all'insegna dell'irrazionalismo, intorno al principio della fusione dell'uomo con il mondo, del tutt'uno del soggetto con le cose. Ciò ha dato vita a miti rigeneranti e degni di nota, che tuttavia si sono pian piano esauriti naufragando nel cosiddetto pensiero debole del postmoderno. Il fatto è che il paradiso artificiale e disincantato che abbiamo creato non ci entusiasma e ci lascia amareggiati. Non perché di per sé esso sia negativo, ma perché in esso non abita la verità, né può abitarvi, visto che è artificiale. La verità vive nel profondo, e da qui deve partire una grande sfida: quella che può portarci finalmente a vivere in due dimensioni distinte, quella del disincanto e quella dell'incanto, come è normale che sia per il nostro equilibrio.

Il valore nuovo da coltivare è dunque quello della relazione tra le due sfere, della relazione tra l'io e il mondo, al di là della separazione e della fusione che hanno caratterizzato i secoli e i millenni trascorsi. Sta qui quel processo di umanizzazione della civiltà, che può attuarsi in un modo soltanto: attraverso uno sforzo generoso e grandioso di rifondazione del mito, una reinvenzione possente del senso e del valore della vita. Non è vero che il tempo dei miti sia finito. Finita è la mitologia, non la mitopoiesi. Si sono estinte le favole logore e stanche del passato, non la capacità di sognare, di dar corpo a nuove cosmogonie, a sorgive rivelazioni del significato o dei significati della vita. Gli artisti devono tornare a farsi ispirare dalle Muse, aprendo nuovi cicli di passioni vitali, di avventure e stagioni culturali, di inedita energia creativa.

 

 

 

                                                                                  Franco Campegiani