Impronte sull'acqua, di Marco Mastrilli

 

La trasparenza di un velo delicato, controluce, controvento e contro il silenzio, lascia passare tutto senza far passare nulla. Passa la luce, il calore, il vento e il rumore, eppure non sono gli stessi di prima del velo, qualcosa è stato filtrato, qualcosa è rimasto fuori, come se un velo inutile fosse in grado di togliere il brusio dal rumore, i colori dai riflessi, le carezze del vento dal vento… strano, il velo, delicato, filtra le cose belle, come se volesse tenersele per sé, lasciando a chi è dall’altra parte il lato sporco della vita. Ma il velo, quel velo delicato non conta nulla, è sottile, chiaro , trasparente, si piega ai capricci del vento quando è tenuto dall’alto, e si oppone con tutte le sue forze al suo passaggio quando è su un telaio. Il velo, andrebbe rotto, andrebbe lacerato, punito per tutte le cose belle che tiene per sé… ma è lì, immaterialmente vero e vivo, a separare l’anima dall’esistenza.

Marco lo sa bene, e sa anche che non può romperlo, occorre semmai capirne il senso, addomesticare i propri sensi alla sua impietosa presenza. Quindi ricorre all’intuito: ciò che non posso vedere, ascoltare, toccare e odorare, lo posso intuire, perché so che è lì, dietro il velo. Addomensticando i sensi posso andare oltre il velo senza infrangerlo, posso capire il colore che non vedo, ascoltare il brusio nel rumore, sentire il profumo nell’odore e toccare qualcosa pur stando lontano.

Impronte sull’acqua, sottotitolato meditando la poesia, riesce a catturare questa visione del mondo e, pur non avendo la presunzione di insegnar nulla, la riproduce, la ripropone, e permette al lettore di aver voglia di veder cosa c’è oltre quel velo, perché qualcosa c’è.

Quindi, con il giusto atteggiamento mentale, le parole e i silenzi si alternano dando un verso alla meditazione, colta nella poesia, e scopriamo che pur apparendo breve e semplice, questo libro è profondo e trova spunto nella conoscenza, o nella voglia di conoscenza, di ciò che non si vede, ma si intuisce, e che anima le cose, la gente, la vita, che anima… l’anima!

Marco cerca l’anima, e sa che deve rinunciare a ninnoli e orpelli, ma non li rifiuta, del resto è un uomo come noi, come tanti. Ciò che lo differenzia è il suo rapporto con la frenesia dell’apparire, a cui non cede, contro la quale lotta ogni giorno, perché oltre il velo c’è qualcosa di così bello e profondo che non si può ignorare. Ma occorre conoscere il velo, sapere che i sensi possono andare oltre il velo, sapere che le sensazioni possono crescere, sebbene siano sempre le stesse.

Non a caso Marco inizia il suo percorso poetico dicendo:

                            chiudo gli occhi fuori

                             e li spalanco dentro.

Il verso libero, semplice, senza grosse elaborazioni, si fa portatore di significati grandi, pesanti, immensi… e se i versi sembrano carezze, il messaggio è un trampolino su un baratro. Come in impronte sull’acqua:

inspirando

divento un sasso

che scivola verso il fondo, lentamente, dolcemente

inesorabilmente

e faccio cerchi in superficie che però non restano

non si allontanano

ma vengono verso di me

e io li accolgo.

Il nulla, la relatività dell’esistenza, il sasso che cade in acqua, rigido e immutabile, le onde che formano cerchi concentrici, e un uomo che le guarda, e se una parte si allontana, la parte opposta si avvicina, ma è pur sempre una stessa onda.

Espirando

Avverto il piacere del silenzio

E colgo l’insegnamento di chi mi ha parlato attraverso la lingua del pianto

Che poi è la mia prima voce.

 

Ecco la consapevolezza di essere nato, e piangendo mandare il primo messaggio all’universo “ecco, sono qui, respiro”, e quella voce ritrovata è la stessa che insegna il silenzio, perché nulla comunica più del pianto, di quel pianto, puro e nuovo, al mondo.

Non mi piace guardare una fine

Né immaginare un principio

E allora mi fermo lì

Poi inizio

Dal qui e ora.

Cos’altro ci è dato vivere se non il qui e ora? Se non l’istante infinitesimo che diviene sempre, che cambia, che si avvicina sempre di più verso quell che credevamo futuro, e che si rifiuta di diventare passato, perché questo è il punto, il qui e ora si protende verso il futuro, ma non è passato, non passa mai, è qui, e ora, sempre. E dal qui e ora, si inizia ogni momento della vita. Sempre.

 

Respiro, sorrido.

Osservo il fiorire

Lasciando indelebili impronte sull’acqua.

 

L’immagine delle impronte sull’acqua è un delicato richiamo all’impossibile, o all’improbabile… eppure il nostro passaggio sulla terra è così effimero che potrebbe essere paragonato a impronte sull’acqua, qualcosa che non dura, che non esiste. Solo il vento scava le sue impronte sull’acqua, ma non persistono, si muovono, cambiano. E allora forse il nostro passaggio sulla terra è come un soffio di vento, e l’impronta che lasciamo è un’onda che ora c’è, ma presto prenderà altre forme.

Fu scegliendo i fiori che incontrai il profumo.

 

Sembra ovvio, ma non lo è. L’incontro con il profumo è quell’accorgersi di essere vivi, presenti con tutti i cinque sensi al miracolo dell’attimo. Il profumo, che si scopre, è un risveglio. Sei qui ora, e tutto quello che ti circonda lo hai invitato a prender parte al tuo passare sulla terra, per goderne la bellezza, i profumi, i colori…

Era un pomeriggio di ghiaccio

Pieno di grigie goccioline

Pieno di rami all’ingiù.

 Le goccioline grigie, sui petali, sulle foglie, sono piccoli specchi emisferici, sono coccinelle incolori, sono tensione superficiale, sono così belle e così fragili che a toccarle non ce se ne accorge neanche. Eppure sono un globo di bellezza, un occhio tremante sul mondo dove noi possiamo specchiarci deformati e per intero.

E quelle gocce sono anche lacrime, e queste vengono dall’anima, quando si parla con il mistero dietro il velo.

Ma al di qua del velo c’è pur sempre vita, ed è intera, sana, completa, e va vissuta, colta, collezionata.

Nella mia vita segreta colleziono foglie.

Foglie mai cadute, ma prese mentre volteggiano.

Sospinte dal vento.

Attratte dalla terra.

Abbandonate dagli alberi.

Non può essere altrimenti. Le foglie vanno colte prima che cadano, per far nostro il loro volo.  Le foglie volano senza saperlo, e il volo è l’ultimo slancio di vita. Sono cresciute sul ramo per staccarsi e volare. Una volta per terra non sono altro che concime e poltiglia, semplicemente non sono più vive.  Per questo:

non potevo non prenderti

eri l’unica foglia che sapeva volare.

Tu non lo sapevi, io sì.