Le ali della notte, di Sonia Giovannetti

Quando leggo un libro, più che concentrarmi su quello che c’è scritto, mi concentro su quello che mi dice. Così facendo, guidato da un tessuto ritmico di parole e silenzi, spesso vedo immagini nuove, e alcune di quelle che ho visto leggento Le ali della notte tenterò di riprodurle qui. Qiondi, immaginate una superficie liquida, contenuta in un recinto indefinito, si vedono i bordi ma non ci sono precipizi, forse non ci sono spiagge, semma colline lontane. Immaginate questa superficie liscia, calma, il liquido potrebbe essere acqua, olio, chissà, ma è trasparente, riflette la luce, e questa superficie si vede, pur standoci dentro, forse nuotando, ma senza bracciate violente, accarezzando l’acqua, e senza andare giù, senza andare su: occorre nuotare piano e andare avanti verso l’orizzonte. Quindi siamo a galla, pancia in giù, e vediamo davanti a noi, dove le onde non ci sono, semmai ci sono delle leggere vibrazioni, come quelle che fanno tutt’intorno le gocce d’acqua quando cadono in un lago.

Questo senso di innaturale calma, questo colore metallico dell’acqua e del cielo, perché non c’è sole, questo è il senso del linguaggio.

Attenzione, non sto parlando di contenuti, non ancora. Leggendo questo libro mi sono prima focalizzato sulla musicalità e sul ritmo delle parole perché, per quanto lo si possa inquadrare nel genere “narrativa”, ha un suo carattere ben determinato che non gli permette di entrare in quel settore come semplice libro di narrativa. Infatti, si tratta di poesia fatta narrazione, versificazione desintetizzata, e non il contrario. Sonia è poetessa, come ben si vede  leggendo questi racconti.

Il linguaggio la fa da padrone, è lui la guida.

E allora, lasciamoci guidare leggendo queste poesie narrate, e troviamo che anche il seme del racconto vuole la sua parte, infatti non è un elemento secondario. Ma se in un racconto si cercano la trama e la storia, qui occorre cercare lo specchio.

Mi disse Sonia, quando mi diede il libro: “Mi sono messa a nudo”. E lo credo bene. Bisogna mettersi a nudo per scrivere, altrimenti il risultato sarebbe una patacca di quelle che possono aver forma e possono deliziare il lettore, ma… non toccano l’anima.

E l’anima, spesso, la tocca il poeta più del narratore. Ora, le intenzioni di Sonia, nello scrivere questi racconti, sono chiare sin dalla prima pagina. E infatti lei è lì, senza sguardi costruiti a difenderla, senza corazze a proteggerla, senza vestito da sera, senza trucco, senza il suo sorriso affabile… ma con uno sguardo implorante, uno sguardo fragile, uno sguardo bambino, infantile, vergine… ecco la parola giusta: è uno sguardo vergine quello che si scorge all’inizio del libro, di quegli sguardi pieni di stupore e curiosità, privi di pretese e di aspettative, ma spudoratamente vivi, fino alla fine.

Una volta trovata questa versione di Sonia, occorre trovare lo specchio dove l’anima si guarda, e invece di restituirci l’immagine della scrittrice, questo specchio ci restituisce l’immagine delle nostre maschere. Infatti, non vedo l’anima, ma riconosco la maschera, e posso sapere che non posso affondare nell’abisso della paura, non posso volare sopra ogni superficie, posso solo nuotare, riconoscere il sopra dal sotto, immergermi poco poco, solo un istante, per tornare subito su, ché il tramonto, all’orizzonte, sta colorando le nuvole dopo una giornata grigia.

Quindi abbiamo un libro di racconti, ma più che racconti sono riflessioni, e  dire specchio e superficie liquida risulta più che mai appropriato. Queste riflessioni (riflettere -> riflesso -> specchio) vorrebbero accompagnarci senza strafare, indurci, senzachiederci di sforzarci, a dire la nostra.

Questo non è un libro che sfonda le porte, non contiene la dirompenza di un thriller, la complicazione di un giallo, l’intrigo di un meta-libro, la battaglia di un fantasy, l’illuminazione di una poesia o la noia di un trattato di araldica. Questo libro contiene la virtù della contemplazione, la dolcezza di una mano che ti prende il braccio e, con estrema delicatezza, ti spinge ad andare avanti rimanendo al tuo fianco, senza andar via, con quel moto tipicamente femminile che fa di una donna una mamma, una moglie, un’amica e una complice, che fa sentire all’uomo quanto sia diverso l’universo femminile.

Quindi è un libro molto femminile: costante, leale, ritmico, quasi cardiaco, e musicale.

Ma oltre questo mistero magico, che avvolge il contenuto, c’è il contenuto. E senza svelare nulla di ciò che qui è scritto, vorrei solo affondare nel piacere della lettura di qualche passaggio:

Penso alle tante volte che ho guardato, volente o nolente, i rivoli putridi del fare insensato, ascoltato il vociare volgare del luogo comune, dell’ignoranza irrimediabile, a volte mascherata da sapere, profusa generosamente dai cosiddetti esperti o dai tecnocrati malati di delirio di onnipotenza.

Così descrive l’ambiente di lavoro, quel fare insensato costellato di un vociare pieno di luoghi comuni, e poi ci si ritrova a bere un caffè scadente davanti a una inconscia macchinetta messa  in un androne scomodo e lurido, dove si rigenera la testa, si svuota il cervello per tornare, dopo cinque minutiscarsamente vissuti, a risolvere grane davanti a un computer rutilante.

Eppure, anche in tale squallore c’è poesia, c’è la capacità di volare.

Altro esempio.

È sufficiente, affinché il matrimonio si celebri, che un detentore di potere, tanto agile nelle sue acque quanto imbelle alla vista di un paio di gambe generosamente offerte, incroci l’appariscente donzella e il destino è finalmente compiuto.

Si tratta del connubio tra fascino e potere che corrompe il potere, l’uso del richiamo erotico che sovverte il potere, la bellezza in tutte le sue forme, la bellezza senz’anima, quella che rimane in superficie e non affonda le radici nella terra dei sentimenti:

Le nobili idee, i grandi sacrifici profusi per la causa, le solenni promesse di mai cedere al nepotismo o ad altra forma di concessione privilegiata cantano il magnificat alla cerimonia.

Quindi quella truce sensazione che assale chi ha rinnegato, anche solo per un attimo, valori ed educazione, trasformandosi in peste contaminante di ambienti che implorano pulizia e trasparenza.

Continuavo a ripetermi, mentre i miei passi mi portavano lontano, che una delle cose più rischiose tra due persone che non si vogliono capire è parlare. Sì, parlare. Ma le parole, come spesso accade, non sono fedeli alle intenzioni.

Verità dolorosa, ma mai triste, semmai irrimediabile, e le parole sono nodi che si sovrappongono, a meno che le due persone che si parlano non abbiano già da prima l’intenzione di capire l’altro. Ma l’intenzione di capire è già capire, e allora sono inutili le parole anche quando ci si vuole capire, ma almeno lì non sono nodi che si intrecciano. Ma allora, a che serve parlare? A complicare le cose? A volte è così.

Soprattutto in questi casi, il linguaggio non sa esprimere la verità: ne è anzi la maschera o un ostaggio.

Profonda osservazione, il linguaggio è la maschera della verità, oppure ne è l’ostaggio. E allora, come fare per esprimere o esprimersi?

Sonia tocca molti temi: il lavoro, l’amore, la fuga, la ricerca dell’io… in tutti c’è una parte di noi, ma non è una pietra che ci si piazza davanti con violenta imposizione, semmai una mano che ci accompagna a guardarci allo specchio senza forzarci a farlo.

Non ho escluso i ricordi, ma ne estraggo dalla memoria solo quelli che voglio e li accarezzo col pensiero, perché tutto lascia traccia. E so usare la gomma da cancellare per quelli che non voglio, mentre mi impegno a cercare un varco per la felicità.

Non ho detto trovare, ho detto cercare. E tanto basta er avere speranza.

Ecco un’autrice che si è messa a nudo, ma non perché noi la si guardi e basta, semmai per dirci “guarda, non è tanto difficile: si può fare” e se noi, riluttanti, non ci lasciamo coinvolgere, non sgorgherà dal libro una mano pelosa che ci tirerà per la collottola, semmai riapparirà l’autrice dicendo “vedi un po’ te”.

Claudio Fiorentini