Un mondo di cronisti, inquisitori, castrati, sante

Camilla Migliori

Un mondo di cronisti, inquisitori, castrati, sante 

Cominciamo dal titolo: un mondo di cronisti, inquisitori, castrati, sante… e no, non va! Questo è un mondo di cronisti, inquisitori, castrati, sante, impiccioni, pettegole, bigotti, penitenti, preti, mangiapreti, mendicanti, osti, contadine, cialtroni, ipocriti, benpensanti, giudici, bigiardi, pigri, sporcaccioni, ubriaconi e tanta, tanta, tanta povera gente che deve trovare il modo di sbarcare il lunario usando sempre e solo il proprio corpo… perché l’intelligenza, ahimé, in questo mondo, non sempre torna utile.

  Però la furbizia e l’ambiguità, quelle ci sono tutte, ma sono velate da uno strato di polverosa ingenuità, polverosa perché non sembra aver resistito al passo del tempo, si è posata su mondi passati per tradursi in grettezza per i contemporanei.

Non intendo cianciare di tempi andati: era meglio prima, allora sì signora mia, eh i bei tempi andati, oggi non se ne può più… non è vero che i tempi andati erano meglio. Lo dimostra il castrato, mutilato per il piacere dell’udito di qualche facoltoso mecenate; lo dimostra Caterina, la contadina che sembra un uomo di giorno e torna donna dopo il lavoro; l’inquisitore, che si lascia dominare dalla lascivia quando vede la verità velata di Caterina… eppure, il ritratto di quei tempi, la costante di questi personaggi è una cera purezza, forse per sana ignoranza, forse per mancanza di altri stimoli… insomma, le quattro pièce hanno la virtù di cogliere e riprodurre la semplicità e l’ingenuità di questi personaggi.

Credo, infatti, che l’aspetto più interessante di questi scritti sia la nudità delle sensazioni. I personaggi sono vivi con tutta la loro mediocrità, e appaiono molto ben contestualizzati nello spazio tempo in cui avvengono le vicende trattate.

Ho provato per un attimo a portarli fuori dal racconto, come se fossero amici, e metterli nel mio contesto, in mezzo a quelle strane carrozze brillanti e pesanti, in mezzo a quelle strade chiassose e grigie, in mezzo a quegli edifici alti che tolgono il respiro… e no, cari miei, mica gli vorremmo far del male a Caterina, al cronista, al monaco, all’inquisitore, all’oste… no, no, meglio lacsiarli lì, nei loro racconti, meglio essere noi a trascinarci nel loro mondo, a ricordare che per andare da Roma a Viterbo ci vogliono tre giorni a piedi e si arriva con vescice, calli e abrasioni da non dire. Meglio andare noi da loro per ricordare che il water con lo sciacquone è invenzione recente, e che il deodorante a quei tempi non sapevano cosa fosse…

Bene, ho lasciato la mia chiassosa via nel quartiere di Porta Portese e mi catapultato in quella locanda, con l’oste, sembra un cinquantenne, in realtà di anni ne ha solo trentadue, e sua moglie, grassa e sdentata, nonostante sia due anni più giovane del marito. La loro locanda è buia, maleodorante, un camino caldo rischiara a stento l’ambiente, candele a iosa, perdio quanta luce fanno queste candele, non sono come le nostre, e poi sono tutte diverse… il cronista è lì vicino e scrive con una penna malconcia su una carta che sembra di quella che da me si usa per imballaggio.

Provo ad avvicinarmi a lui, puzza di sudore, se potesse cambiarsi la camicia, lavarsi, ma non mi sembra che nel tredicesimo secolo la gente avesse l’abitudine di fare la doccia ogni mattina. Alza la testa, si vede che gli occhi gli si stanno accendendo in faccia… non sarà per me, non può certo vedermi. Pensa a qualcosa, poi torna a scrivere. L’oste e l’ostessa lo spiano curiosi, come due bambini che hanno fatto una marachella. Quanta ingenuità in quell’immagine, per due terzi analfabeta.

Le quattro pièce sono diverse per ambientamento ed epoca. Passiamo dal 1271 al 1738, iniziamo con un cronista che in una taverna parla di fatti realmente accaduti, e si sfiora l’indagine, il giallo, il thriller, e la cronaca degli eventi si dispiega in 5 mini pièce nella pièce, insomma, tra buio e luce, si passa dalla scena dell’osteria, dove il cornista scrive e racconta, a scene diverse che raccontano la morte di Enrico di Cornovaglia. La chiusa è un’ironica rappresentazione dell’utilità della carta e della pena, messaggio in parte ancora attuale …  la seconda narra della tappa di Gaetano, virtuoso mezzosoprano, mutilato e, a sua volta, mutilatore della più nascosta intimità maschile… nel suo viaggio per Roma fa una sosta ed incontra un frate, una locandiera e un mendicante, Gaetano la fa da padrone con la sua pretesa superiorità su gente sì volgare che a malapena merita il suo saluto… la terza vede un inquisitore alle prese con l’affascinante e conturbante Caterina, giovane vedova che per lavorare i campi ama vestirsi comoda e sentirsi sicura, per cui ha l’apparenza di un uomo al lavoro, e ridiventa donna la sera, quando si lava e s’improfuma per il solo piacere di farlo, per questo è malvista dalla comunità e processata dall’inquisizione… ma ella è forse una strega che riesce ad affascinare ed ammaliare l’inquisitore, e lui, combattendo la propria lascivia, riesce a perdonare, assolvere e salvare, o forse fuggire la povera Caterina, che rappresenta la semplicità del popolo… l’ultima è un monologo, santa Rosalia parla, ma non è la santa, è la sua statua che si appresta ad essere portata in processione, e questo libro si chiude con sane risate, perché la statua vede il mondo con la grettezza di una persona dell’epoca che, senza pretese, senza storia, e senza possedimenti, si lascia andare al suo attimo di gloria, l’unico movimento concesso alla sua immobilità di statua, quando viene portata in processione, ed è lei la stella, lei la diva, lei la ragione per cui si muovono i piccolo e operosi esseri umani che popolano quella terra.

 

Le quattro pièce sono arricchite da un linguaggio forbito, senza mai strafare, e il libro si legge rapidamente. Certo, questo tipo di lavoro va visto in teatro, dove spazio e scena trasformano le parole in movimento e ritmo, dove il lettore scompare immerso nel buio, il lettore deve neutralizzarsi, la lettura passa all’udito, agli occhi, all’olfatto… il tatto deve quasi neutralizzarsi perché gli attori non possono essere toccati. È una rappresentazione, loro non esistono, esistono i personaggi, che però sono risultato di una finzione, toccare i personaggi è impossibile, la loro proiezione nel tempo è artificio dell’attore, della regia, e il lettore deve scaricarsi di dosso il fardello della sua città, la noia del parcheggio, la puzza di smog, l’idraulico che non rilascia fattura, il fruttivendolo che vende solo mele cinesi… no, il lettore deve scomparire, deve diventare un curioso dell’epoca per poter toccare i personaggi e non un attore travestito.

 

Leggere testi teatrali è ben diverso da leggere un romanzo. C’è una porta che deve aprire il lettore, e che contiene tutte le descrizioni, per nulla facilitate dall’autore. L’ambiente non lo vedi perché te lo raccontano, lo immagini perché la capacità evocativa dei dialoghi è tale che nella tua mente ricrei la scena a modo tuo. Certo, sarai anche influenzato dal tuo percorso storico, i dipinti e i film che hai visto, i romanzi che hai letto… sta di fatto che il lavoro del lettore aumenta e, se non troppo influenzato da quello che ha già visto, diventa creativo.

Ecco che il lettore è anche un po’ regista, un po’ scenografo, un po’ coreografo, un po’ interprete.

Ma poi c’è la messa in scena, quella vera, ed ecco che le magie del teatro ci appaiono tutte. Se fossimo gli unici spettatori potremmo anche vivere esperienze olfattive. Già perché in teatro gli attori non sono di celluloide, non c’è colonna sonora e non hai quell’odioso vicino col secchio di puzzolente popcorn. In teatro lo spettatore non è condannato, come nel cinema, a neutralizzare tutto di sé. Se non fosse per il vicino che si legge le email sullo smartphone anche durante il primo atto, in teatro tu puoi lasciarti andare al piacere del 3D senza occhiali, al piacere della battuta fuori copione, al piacere del coinvolgimento puro, e non distorto da effetti speciali e botti a volontà.

E noi aspettiamo con ansia di incontrare Getano, il cronista, Caterina, Santa Rosalia, l’inquisitore, e magari essere lì, nella scena, con loro, a cambiare l’ordine degli eventi, perché no? a dirgliene quattro a quel prete, a bere il vino di quell’oste fannullone, a ubriacarci con lui, a sentire l’odore dell’inchiostro, e a lavare i piatti nel milleduecentoerotti, senza spugnetta, senza sapone liquido, senza lavastoviglie, senz’acqua calda, ed inveire insieme al cronista perché lui aveva già capito, quasi ottocento anni fa, che un piatto di zuppa non lo paghi coi tuoi racconti, ma con il duro lavoro.

 

 

Claudio Fiorentini