Sulla poesia di Franco Campegiani - Ver Sacrum

Ver Sacrum, di Franco Campegiani

Leggendo i versi di Franco, vedo un uomo timido e risoluto che lavora al buio, che si apre come un seme nella terra, e che germoglia trasformando in poesia la sua visione del mondo. E' un germoglio, non un albero, non un arbusto... forse una piantina filiforme, di quelle che crescono silenziose senza che le noti subito, ma come il fagiolo, contengono ferro e proteine.


Le sonorità sono molto ricche, come le colonne dei chiostri, e più precisamente di quelle colonne che si avvitano verso l'arco se sei di buonumore, o verso il plinto se sei triste.

A tratti trovo analogie con Clemente Rebora... e versi come "seppure si sfaldasse un dì la terra" oppure "questo fascio di muscoli e nervi / affiora da un magma / sereno infuocato" che hanno una musicalità che si avvita salendo o penetrando, gli sono molto vicini... Poi ci trovo le storie, i racconti come il pompiere, come meteora... non è solo raccontare i propri umori, dolori e colori, è anche entrare, in punta di piedi, nel mondo dell'altro... e non si capisce dove inizia la penna del poeta e dove al suo posto continua la penna della vita.

Tuttavia, nella prima lettura ho visto il poeta come se un fantasma silenzioso e mite mi avesse accompagnato nella lettura. Una presenza che non mi ha abbandonato, e questo è un male, perché cercavo il poeta più della poesia... mi è stata necessaria una seconda lettura, più libera, ho piluccato qui e là, mi sono svincolato dal poeta. Questa seconda lettura mi ha dato molto di più, ed oltre i riccioli delle colonne ho visto i campi arati, le foglie secche, gli amici e il pensiero che li accompagna, il discorso tra anime che si incontrano e si parlano.

Oltre le storie in versi, o i dipinti di parole, la poesia più pura è anche la più complessa: la poesia di Franco non è leggera, ma è profonda come poche, e non va capita, non si deve cercarne il significato... va letta e riletta, va sonorizzata... come un buon vino deve ossigenarsi prima di dar piena gioia al palato... La posia di Campegiani non parla dell'intyimità del poeta, ma parla all'intimità del lettore, e per intimità, intendo Anima!

E tutto il pensare e il vivere di un uomo si trova nel massimo della sintesi, perché oggi si torna a capo!

 

Claudio Fiorentini