Da comunque uomo

Né ho bevuto sul greto dell’infida

Né tantomeno ne ho scorto il lugubrio

All’imbrunita quiete

         Tra selci inesprimenti

                   Ho pianto. 

 

Il quando non trattiene                        ….fugge…. 

 

Hezebel atrittico trigamico

Ha l’anima tetragona

                   Iscrive esperendo

                   Quale silenzio e quale pudore Criptofante cratoressia

Immane riducesi atempore

 

È d’albe irosa quiete                                

Aria atlantica prima ostica                               

Ora alitare divino                               

 

E sul mio volto a scalfire nuove rughe

Non trovo desiderio che conosca il dove

Non apro destino che comprenda

Io volo

E quanto in una notte scompare

Così emana rattristato e traspira alieno il tempo

Per forse soffrire la morte dell’intanto

 

Note Conclusive a "Da comunque uomo"

Disperdere nel tessuto delle parole significati univoci e policromatici diviene per l’uomo contemporaneo una sfida alla culturalizzazione personalizzata e psicostorica del linguaggio.

Nella trama del tessuto gli stimoli sono quasi nascosti, come temessero che l’irruzione della propria energia sia capace di alterare equilibri che nell’uomo frammentato contemporaneo sono già precari.

Per i contenuti del simbolo l’uomo si è dato una ragione degradandone l’uso a semplice portante di significanze non soddisfacenti la sua funzione originaria, ed è proprio questa razionalizzazione che ne riduce le potenzialità un tempo compatte ed universali.

Saltando lo strato di razionalizzazioni successive mediante l’uso delle stesse, o meglio mediante la loro rottura, si riesce a catturare l’essenza che trova nelle parole un mezzo angusto di espressione.

Esulando dai significati acquisiti, infatti, si può sperimentare la riesumazione del significato primordiale dell’insieme suono-ritmo, reinstaurando un rapporto fisiologico tra uomo ed espressione fonetica.

Non vi è in ciò alcuna pretesa di ipnotizzare il fruitore né di catturarne l’attenzione, vi è bensì il risultato di una intima ricerca del suono proprio e consono dello spirito, introiezione – quindi – che sfocia in comunicazione da cui il fruitore trarrà qualcosa di proprio e non dell’autore.

Questo libro è in fondo una reazione alle restrittive attribuzioni mitiche attuali ricercando valori atemporali, ed il problema del tempo ci spinge a romperne la durata, a trasformare il tempo logico in un tempo di ordine superiore ove riaccenderne la sacralità.

Si cerca l’oltre attraverso autenticità sonore a volte arcaiche, talora archetipiche, comunque frammentate nell’uomo contemporaneo: sorge la ricerca del limite mediante la rottura del limite. E quando si riesce anche solo a graffiarlo, si assaporano le letizie del nuovo, si intravede il mistero della ri-nascita… della vita.

La magia del tempo è nell’esser sempre cangiante pur apparendo stagnante, è nell’esser “mentre”, cioè separazione tra prima e dopo, non più durata, ma continuo succedersi di attimi unici.

La vita non è un oggetto che si logora col tempo, ma un valore insostituibile che rinnova ad ogni istante il miracolo dell’irripetibilità, non è mai stanca d’esser vita: la vita è sempre Vergine.

Claudio Fiorentini