“Racconto veloce, incalzante, saggiamente aggressivo (…), che, con spirito di autoptica venatura ironica, anche struggente, o drammatica, se si vuole, snocciola un significante che tiene avvinti fino alla fine. Sì, perché l’Autore ci porta alla conclusione con un crescendo di suspense di effetto emotivo-esistenziale. Un gioachimismo di tale realtà storica che presuppone il supporto di una vis creativa… dove il paradosso e l’iperbole rendono i fatti ancora più veri… Nuovo nel dire e nel trattare l’escatologismo sfumato nel terreno, in questo nostro tanto problematico mondo. E il tutto è fatto con eleganza e grazia, senza cadere mai nella becera urticante aggressione; è così che i risultati sono più concreti sia a livello artistico che umano. Ed è alla fine, nella conclusione, che si attua gran parte del pensiero sociale filosofico e escatologico di Fiorentini…: “… Al diavolo Dio, gli Angeli e quella stupida trafila. Io ero vivo, avevo tante di quelle cose insignificanti da fare… mi restavano da vivere tanti giorni prima di parlargli, meglio viverli senza far storie. Guardai quelle guardie alate, guardai la sala d’attesa, guardai la porta socchiusa da dove sarei entrato e, con una giravolta elegante, senza perder tempo, senza riflettere, feci marameo e me ne tornai a casa, dove Dio è solo un’opinione”. Questo ebbi già a scrivere sulla vèrve inventiva, introspettiva, narrativa, ironica, sarcastica, e personalissima di Claudio Fiorentini. E ebbi a dirlo su L’appuntamento, racconto che occupa la seconda posizione della raccolta, dato che il primo porta il titolo eponimo del testo: Piricotinali col ruspetto. E’ importante insistere su questa particolarità narrativa dell’Autore; sul suo dire fortemente metaforico, allusivo, comico anche, ma di una comicità da cui trapelano note di melanconia, e di disagio; di rammarico e di sfiducia sugli eventi e sulle questioni che riguardano l’arte, la metafisica, e il rapporto fra l’uomo-scrittore e la società. E pur emergendo dall’insieme la sua perplessità su tante situazioni inspiegabili; il suo disappunto e la sua critica su un mondo per niente vicino al dipanarsi della storia umana; al manifestarsi ingiusto, anomalo, irriguardoso, direi, verso una parte degli esseri che meriterebbero altra considerazione; alla fin fine non fa altro che dimostrare un saldo attaccamento alla vita; a questo miracoloso caso; a questa irripetibile occasione di cui tiene gran conto.  Per non parlare del tempo, e del suo fuggire irrimediabile; della sua corsa talmente accelerata da non lasciarci la possibilità di guardare attorno. C’è l’uomo qui, con tutte le sue magagne, le sue strane vicissitudini, le sue anomale situazioni; c’è la vita trasferita su un piano surreale, anche comico dacché l’Autore ne accentua la drammaticità col sorriso sulle labbra, osservando da una torre d’avorio i compulsivi movimenti di esseri presi dalle fregole, e magari dimentichi di quell’insieme che riguarda il rapporto fra l’uomo e il suo essere; fra l’uomo e la morte. Di certo non è solamente un invito a spassarsela, né a prenderla sottogamba, ma, piuttosto, a riflettere sui perché, e sui meccanismi di un esistere che lascia poco spazio alle soluzioni. Si susseguono, con ritmo incalzante e coinvolgente, quattordici racconti dai nomi quantomeno strani; titolati o frammezzati da neologismi che tengono significativi accostamenti prodromici ai contenuti: dal 'Piricotinali col ruspetto', dove il protagonista si trova in un negozio di alimentari i cui avventori chiedono prodotti dai nomi quantomeno impronunciabili, come  il "tapacurico brontolato"; al "branchiatore", con  la lite assurda che  ne segue; per giungere, dopo varie eccentriche peripezie,  all’ultimo brano “La crisi del contemporaneo”, estratto dall’intervista a Jason Lafava, dove lo Scrittore denuncia l’ingiustizia nei confronti di talenti destinati al dimenticatoio: “… Gli altri, che sono sempre lì a servire da paragone, sono stati storicizzati, riconosciuti e ammirati… eppure anche loro sono stati una volta contemporanei, anche loro si sono esposti al rischio della derisione…”; per concludere con un lapidario credo sull’evoluzione dei linguaggi artistici: “Alla fine non importa se si passerà alla storia, importa contribuire a questo meraviglioso movimento che determina l’evoluzione dei linguaggi artistici, e vi assicuro che farne parte è un onore”.

 

Un libro che investe il tema della vita, della cultura, della società, della quotidianità con una forma veloce, concreta, arrivante, e avvincente; con un linguismo che, con la sua brillantezza, invita, sì, a non prendere troppo sul serio questa avventura; ma che nasconde anche una certa melanconia sotto vesti dai fiori primaverili.

 

 

 

Nazario Pardini