In questa silloge poetica il fine dell’autore appare quello di riprendere il dialogo con se stesso, un dialogo che in realtà nelle profondità non si era mai interrotto, ma era solo rimasto coperto dal brusio del superfluo.
Ed ecco, dunque, il grido, la verità che squarcia il velo fra l’apparenza e ciò che è veramente, tra il percorso che ci troviamo a fare e il vero obbiettivo che dobbiamo raggiungere. Un grido che parte dalla nostra essenza vitale e ci fa consapevoli, finalmente, dell’incredibile forza che possiamo tirar fuori.
D’un tratto ci sentiamo pronti a guardare in faccia la realtà, nulla ci sembra più impossibile o irraggiungibile. Sono traguardi, quelli prospettati dall’autore, che si raggiungono in solitudine e si lasciano poi consolidare nei pensieri per destinarli infine alle speranze dei nostri compagni di viaggio.
In tutto questo l’età - che comprende l’esperienza, la conoscenza e la disillusione – rappresenta la svolta, il punto di osservazione privilegiato. In queste liriche c’è la riscoperta del prezioso, indiscindibile dualismo gioia-dolore e la paura di osare è vinta, ma non dall’incoscienza, bensì dalla consapevolezza di quanto sia importante varcare i propri limiti e dare un senso più ampio alla propria esistenza.
L’autore, e insieme a lui il lettore, si veste e si spoglia di dubbi e certezze nella continua ricerca della sua identità, nel tentativo di scrollarsi di dosso tutto ciò che è falso e inutile. Con mano sicura disegna abilmente dei cerchi perfetti in cui l’idea esaurisce sempre il suo percorso senza perdere di energia, degli spazi ben definiti che non diventano però mai delle gabbie, delle piattaforme di pensiero in cui si può entrare e uscire per osmosi, senza bisogno di cercarne l’ingresso.
Assai interessante, nelle sue liriche, è la costante presenza di Dio, di un Dio che è sempre amore e verità e che considera l’uomo una sua espressione e l’anima il crogiuolo ove i suoi intendimenti di eternità possono prendere forma.
Straordinaria fra le tante gemme, la lirica “Silenzi”, un’opera dal sapore antico che nel contempo ci proiettata nel futuro e racchiude in se tutto il senso delle nostre vite, fatte di scelte-parole e rinunce-silenzi. La sua, però, è una lotta contro il vuoto e non contro i silenzi, cui saggiamente attribuisce lo stesso valore delle parole, che senza di loro non potrebbero esistere.
“Grido” in sostanza è una raccolta dedicata a tutti coloro che non si accontentano del percorso compiuto e puntano con tenacia a quell’orizzonte di felicità che in fondo è lo scopo di ogni esistenza. Alla possibilità di continuare a gridare “Io sono vivo!”
 
Paolo Buzzacconi