"Di giorno dorme"

 

"Grande poesia. Sento i brividi leggendola. E' l'apoteosi dell'amore e della fede, quelli veri". Queste scarne e sentite parole inviai a Claudio, dopo aver letto la poesia che compare all'inizio di questa silloge, scritta da lui la sera prima, a caldo, dopo un incontro al Polmone Pulsante sui temi dell'autocentrismo, termine da me coniato nel 2001 in un trattato pubblicato da Armando. Aggiunsi poi al telefono: "Avrei voluto scrivere io questi versi". Così mi posi di buon animo alla lettura del testo che lui mi dette in visione qualche giorno dopo.

Qual'è la tipologia umana che affiora da queste poesie? quella di un essere sartrianamente gettato nel mondo, con la sensazione tuttavia di essersi smarrito da chissà quale patria cosmica. Un esilio che il poeta tenta di superare per tornare, come lui dice, all'"altro Me finché con lui / ritornerò completo, e sarò Uomo". E sta qui la nota che distanzia questa visione del mondo dalle filosofie esistenzialiste. Un eloquio  fortemente metaforico, con una musicalità tutta propria e atmosfere dolci-amare inconfondibili, parla di una distanza incolmabile fra sogno e realtà. Pur tuttavia in questa weltanschauung il sogno è considerato aspetto della realtà caduto in oblio: "altra coscienza che di giorno dorme".

Il grido di Fiorentini pertanto non è l'urlo di Munch, disperato, terrorizzato, ma il grido di un uomo smarrito che sa di potere e dovere tornare a se stesso, al proprio personale ovile: "Giuro di portare in me questa pena / intera tutta / per trasformarla in gioia";  perché "è un frutto fecondato dal dolore / la gioia". Questo grido, allora, non è che un'invocazione dolcissima rivolta all'arcana maestà di se stesso, vedendosi  finito chissà come in una realtà ridotta e meschina, esiliato dalla propria patria interiore, o comunque gettato nella periferia di se stesso: "io guardo su / dove la luce è vera", anche se nascosta e persa nell'immenso.

Claudio Fiorentini sembra avere percezione di una vita duale: microcosmo e macrocosmo, separati ma attratti irresistibilmente tra di loro. Una vita parallela ci scorre a fianco, ed è un conflitto, una scissione che tende alla riunificazione.E' di notte che avviene l'incontro, come quello degli amanti, in note rigeneratrici e catartiche di avvilimento e di perdono. Di giorno le due realtà si dividono, presi nell'infernale ingranaggio delle incombenze quotidiane, ma di notte torniamo in noi stessi e siamo indotti a guardarci dentro: "Io l'osservo da fuori, ma è dentro che succede / ... / Fuori / c'è solo distanza".

Di giorno il tempo ci domina e la vita ci sfugge, ma di notte, mentre si accende la luna e l'anima viaggia "a luce spenta" liberandosi, "in tormentate lotte", del proprio fardello di azioni meschine, diveniamo noi i padroni della nostra vita e del nostro tempo. In tal modo l'uomo migliora e si avvicina a Dio: "al suo Dio", si premura di sottolineare Fiorentini, rinviando al divino interiore che sommessamente opera nel cuore dell'uomo e costituisce il polo più elevato della propria humanitas, della propria essenza, della propria scintilla divina.

Più che metafisico definirei misterico l'impianto di questa silloge, aggrumata intorno al mistero dell'armonia dei contrari, che è poi il mistero dell'amore, il mistero della dualità dell'Essere. Il mistero della relazionalità, che prima di tutto è relazione dell'individuo con se stesso. I due amanti sono specchio l'uno dell'altra, ma specchiandosi non perdono la propria identità: "Io resto io, tu resti tu, / non conosco il tuo mondo, / lo immagino riflesso del mio / ma è altro". Amare non è perdere la propria identità, ma è attraversare il mondo rischiando di perdersi, per ritrovarsi al termine del viaggio nella sola luce di sé.

L'importante, in vita, è comunque consumarsi per amore, logorarsi come lo stoppino e la cera per dare luce a sé e agli altri, senza nulla chiedere in cambio. Anche se, giunti al capolinea, ci renderemo conto che "il tempo non è bastato a farci capire / che matti si è savi e savi si è stolti". E "ci ritroveremo allora / per un attimo / eterno, vero, solido / ... a pentirci".

  

 

 

 

 

                                                                                     Franco Campegiani