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Puerecha

(Finalista al "Premio Gubbio per la letteratura di Viaggio" nel 1996)



Cavalcare mentre il paesaggio muta da intrichi di alberi e di ombre modulate che, tese tra fronde mobili e cespugli spinosi, si aprono in radure luminose dove il sole innalzato in un inno alla bellezza scotta su quelle pietre laviche, antiche e nere come il tuo mantello di lana grezza che ti scende dal collo alle spalle e giù, sempre più giù, fino a cadere ondulato sulla groppa del cavallo vecchio e stanco che ti è stato sempre fedele in anni ed anni di compagnia, portando in groppa turisti curiosi di vedere il paese sommerso dall’eruzione che tu appena ricordi.
Oggi sai di essere vicino ai sessanta, ma la tua età precisa è un segreto anche per l’anagrafe, in quell’epoca gli indigeni non sapevano leggere né scrivere, per questo non sai nemmeno che giorno sei nato, sai solo ciò che il tuo vivo e lucido ricordo ti consente, il ricordo di tua madre che raccontava che sei nato un giorno d’estate e che pioveva come normalmente piove nei pomeriggi d’estate inumidendo la terra, tua fedele amica. E sai anche che il prete che ti ha battezzato in quella chiesa che emerge in parte dalla lava nera, era un missionario spagnolo con la barba folta che scelse di vivere in mezzo agli indigeni non tanto per insegnare, quanto per imparare dal limpido cuore della tua gente il profondo rispetto per la natura.
I tuoi occhi piccoli sono brillanti e vivi, sono occhi che guardano oltre, occhi da cui traspare la bonarietà che i turisti fotografano come un souvenir senza capire né amare la profonda fierezza che nascondono. Eppure eccoti lì, in groppa al tuo vecchio cavallo con un cappello polveroso in testa e con un sarape di lana grezza addosso, anche oggi conduci un gruppo di turisti attraverso il bosco che si apre in quelle splendide radure, il tuo bosco e le tue radure, tuoi non perché li possiedi, ma perché sono parte di te, della tua vita, del tuo passato e del tuo presente, perché li accendi con la tua armoniosa presenza, perché li ami.
Il tuo cavallo cammina svogliatamente quei sentieri che per tanti anni ha percorso avanti e indietro, conosce la strada tanto bene che tu neanche stringi quella corda logora, improvvisata briglia che si appoggia sul suo collo peloso.
Avevi forse sei anni quando il vulcano Paricutìn ingoiò il tuo paese e con lui si portò tutti i tuoi poveri averi, eppure hai amato quel vulcano scuro e misterioso, hai amato quell’eruzione e quella lava rossa che pian piano diventava nera e si fondeva con le strade e con le case fumando insaziabile, hai amato la cenere che è piovuta ricoprendo le campagne, hai persino amato le cavallette che, prima dell’eruzione, cantarono il loro sinistro avvertimento distruggendo i campi di tutti voi, e che vi salvarono nella loro ripugnante voracità, vi salvarono mangiando il vostro cibo, volandovi vicino alle orecchie, entrandovi in casa, posandosi sui vostri sarapes, rendendovi la permanenza impossibile. Un avvertimento chiaro. Foste costretti ad abbandonare il paese mentre le cavallette vi mangiavano il grano e la cenere vi pioveva addosso.
Ora quei turisti che tante volte hai accompagnato hanno imbrattato le rovine della chiesa dipingendo il loro nome e una data che nessuno ricorda, e tu con quel tuo modo di fare semplice e mite dici solo “son traviesos”, sono birichini, giocano, e li accetti senza sentirti superiore, semmai diverso, perché solo tu senti l’amore che porti dentro, solo tu senti quanti secoli è vissuta la chiesa per essere ingoiata dal vomito della montagna e continuare a stagliare verso il cielo un campanile, un pezzo di facciata e l’altare che la tua gente chiama altar de los milagros, altare dei miracoli, ora pieno di scritte che a nessuno piacciono, ma che continuano a crescere, che aumentano ogni volta che accompagni gruppi di turisti, di quei turisti che non sanno guardarti negli occhi.
Il cavallo vorrebbe fermarsi per gli odori di erbe dolci che gli perforano le narici, vorrebbe assaggiarle, assaporare da fermo ruminando fiori colorati per gli ultimi giorni che gli rimangono da vivere. Lui sa di essere vecchio e di aver dato tutto alla vita, vorrebbe che tu lo lasciassi morire nella sua misera stalla, senza quella sella che nelle sue faticose giornate gli ha lacerato la schiena e senza quelle corregge che gli hanno ferito a sangue il torace e l’addome. E’ stanco e tu lo sai, forse anche tu sei stanco, ma non della vita, sei stanco dei turisti che non hanno fatto altro che camminare sulle rovine schiamazzando, fotografando, sporcando scomparendo per sempre, ingoiati dai loro remoti paesi con una borsa di ricordi in più e con le emozioni ravvivate dalla bellezza che tu, solo tu conosci ed ami.
Ti metti una mano in tasca, è ancora lì, la lettera di ringraziamento che ti scrisse un illustre archeologo dieci anni fa e che tu fai leggere a tutti i turisti che accompagni, la fai leggere ad alta voce perché tu non hai mai saputo leggere, e sei contento di vedere la sorpresa e il rispetto che per un attimo si accennano sul volto dei lettori, ne sei felice, quella lettera è il tuo orgoglio, una prova per il mondo che ti circonda che tu sei lì e sei vivo, e che non cambieresti un solo istante della tua esistenza in mezzo a quei boschi, vicino a quella lava, sopra le rovine, con il maggiore dei tesori del mondo perché quello è il maggiore dei tesori del mondo, e perché tu più di ogni altro, tu sai cosa significhi essere pienamente felice.
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