Claudio FIORENTINI
Ovvero, le porte del Mare

Era da tempo che Hernando ci pensava. Non che ci pensasse ossessivamente, non che ci fossero sensi di colpa o falsi pudori. Era che non c’era bisogno di parlare. Ci si capiva e basta. Ma poi, qualche volta, le cose si devono pur dire ed il fuoco serviva a meditare le cose che si devono pur dire per dirle meglio. Ma dopo una conversazione come quella, come si fa a parlare d’altro?
- Forse si misura a minuti?
- Si, forse.... ma quant’è lungo il tempo?
- Quant’è lungo il tempo?
- Si, quant’è lungo il tempo?
- .....
-......
- Cribbio!
Un trovatello precoce e geniale decide di scrivere il tempo. Il padre adottivo, stimolato da questa trovata, parte per un viaggio per piegare l’orizzonte. S’imbarca sulla “Speranza” dove scopre un’umanità variopinta e ricca di storie, mentre la sua compagna l’attende fedele. La scrittura del tempo intanto diventa un’occasione di aggregazione per il popolo, il che suscita il sospetto del consiglio di corte. Il re, icona del dubbio, non riesce a controllare la situazione e confida le sue incertezze ad un povero frate di campagna. Intanto si prepara una sommossa popolare ed il consiglio di corte ritiene che la scrittura del tempo sia un codice di comunicazione dei rivoluzionari. La situazione degenera mentre in un’altra parte del mondo naufraga la “Speranza”. Ma non finisce qui. La favola rimane aperta e trova una propria ed indefinibile redenzione.
Claudio Fiorentini si avventura nel romanzo favolistico cercando di volare sopra le storie del mondo per dare spazio al sogno. Il libro è presentato come una ricerca finanziata dalla fondazione Sofodormo che si prefigge lo scopo di ritracciare gli eventi storici che hanno portato alla distruzione del regno di Portobisogno. Gli eventi non si collocano né in tempi né in un luoghi precisi permettendo al fruitore di viaggiare in un divenire che si realizza solo nell’intimità del tempo interiore. Il libro è diviso in tre parti, in ciascuna di esse si sviluppano le stesse storie che però sono viste e vissute da tre angolazioni diverse, quasi a sottolineare che il mondo è fatto di verità parziali. Il linguaggio agile, discorsivo e giocoso lascia trasparire il piacere di scrivere e diventa piacere di leggere con un dolce alternarsi di frasi lunghe e poetiche a frasi brevi e lapidarie dove dopo momenti di alto lirismo si torna all’origine della frase stessa riassunta in poche, scarne parole. Linguaggio fatto di onde e di maree, in fondo la traccia che il mare ha lasciato nell’opera e che ne giustifica il titolo.
Qualche assaggio, tanto per gradire
Non dissero altro. Semplicemente si abbracciarono: Semplicemente. E com’era bello abbracciarsi così. E com’era bello sentire il respiro umido sulle guance. E poi fecero l’amore. Lo fecero con amore. Anche se non se lo dissero. Furono l’uno nell’altra e l’una nell’altro. Insieme di respiri, di odori, vicinanza intessuta di sguardi. Tempo che non è tempo. Minuti che non possono misurarsi e che restano in eterno nel cuore ansioso di avere ancora altro amore, altro amore, altro amore.... che poi di due anime e due corpi ne fa uno solo, anche se separati i due corpi sono uno solo. Ed il ritmo insondabile dell’amore è fatto di respiro. E’ un ritmo che sale e scende. Un ritmo che si spande sulla terra e che abbraccia ogni angolo del mondo colmandolo di speranza. Nulla è impossibile. Nulla è importante. Solo quel ritmo. Solo quell’attimo. Solo quelle anime e quei corpi e quei suoni e quei movimenti e quella bramosia e quel parossismo e quelle braccia che intrecciano sempre di più, sempre di più, sempre di più, interminabile saliscendi, vai e vieni, entra ed esci, accelera e rallenta, con forza e con dolcezza, poi gridando, poi piangendo, poi esplorandosi i corpi con le punte delle dita, poi graffiandosi.... e sospirando, ansimando, gemendo, confondendosi nelle proprie ansie, finalmente esplodere tremando l’uno nell’altra, l’una nell’altro, insieme, insieme, insieme....
- Ho capito!
Disse a un certo punto Lisabianca.
- Mmhh?
Rispose meditabondo Hernando. Non si voltò neanche un po’ tale era il suo stordimento. L’orizzonte era sempre là ed ancora non accennava a muoversi. L’avrebbe tagliato con un’accetta se solo avesse potuto. Ma quello si ostinava, lontano ed imprendibile, ad essere una traccia dell’infinito. Piegarlo in due? Non avrebbe mai potuto farlo. Il mondo si sarebbe capovolto e le stagioni avrebbero cessato di dirigere il passo della natura. Limite. Limite e basta.
- Io quasi quasi ci credo.
- Mmhh?
Rigido ed ostinato sembrava invalicabile. Immenso e solitario. Saggio ed ignoto. Orizzonte traccia, orizzonte limite, orizzonte fine del mondo. E che mai farebbe al mondo la fine del mondo. Tanto insignificante nell’immensità dell’universo che neppure le più alte torri potevano eguagliare il profilo di una montagna. Poi burbero, falso, furfante ed inspiegabile, il mondo si ostinava a credersi indispensabile. Gelido mondo che continua ad esistere per un capriccio di Dio. Ma se fosse finito? Cosa mai gliene sarebbe importato all’Infinito se il mondo fosse finito?
- .... al mondo.....
Si voltò sorpreso.
- Mondo?
- Si, mondo.
- Sono solo fantasie. Mondo. Credere al mondo.
Gelido e tremulo orizzonte. Spezzati ora che la voce delle tenebre si avvicina col suo incessante ritmo. Notte, giorno, notte, giorno, notte.... buio, luce.... infimo ciclo di trambusto e riposo. Tremulo respiro di un attimo inconsistente. Mondo. Granello di sabbia sbattuto dai venti. Separazione inutile ed inferma.
- Credere al mondo..... Guarda lì.
Lisabianca guardò lì.
- Lo vedi l’orizzonte? Finisce. Lì finisce. Un limite magnifico. Lì finisce il mondo e comincia il cielo.
- Fratello, io non sono degno di Voi. Non sono degno di Dio.
- Non bestemmiate Sire.
- No, non bestemmio.... avete ragione. Ogni Creatura di Dio ha lo stesso valore. Dio gli ha dato la vita. Tanto al sasso quanto a Voi. Ha dato la stessa vita. Ma io non l’ho vista questa vita. Mi ci sono perso dentro. Sono una vittima del male.
- Così come avete il male dentro di Voi, avete pure il bene. Lasciate che fiorisca....
- No Fratello. Ormai ho perso la mia battaglia. Il mondo mi ha nelle sue mani ed io sono stanco di pregare e di sperare. Sono stanco di aspettare che la vita si spogli davanti a me. Mio malgrado, continua così. Sempre male. Non c’è amore. Non c’è redenzione.
- Chiedete e Vi sarà dato....
- Si, è facile per chi crede. Ma fino a quando si può credere? Lo voglia o no, la vita continua. Ed è tutta per sé stessa. E’ la volontà della vita che si adempie nei destini del mondo. Noi siamo un soffio di vento. A volte neanche questo. Chiediamo che si realizzino i nostri desideri... ma poi, quando non li vediamo realizzati... cospiriamo. Ecco cosa facciamo. Subdole bestie che tramano lotte insane. Ecco cosa siamo. E il mondo, in tutta la sua inclemenza, ci dà odio, guerre, stermini, ingiustizie.... Ma io dico, perché se Dio è bontà infinita lo permette?
La nostra terra, che credevo di conoscere, è altrettanto piena di mistero ed altrettanto bella e piena di sconcezze. Dovunque sono andato ho visto l’orrore, l’odio e lo sterminio della guerra negli occhi spalancati dei ricordi della gente. E tutti i racconti dei marinai mi hanno infine detto che l’orrore e lo sgomento sono stati in loro perché sono - erano - figli della terra. E lo stesso orrore e lo stesso sgomento li ho visti scomparire salendo sulla “Speranza”
E lì, sul mare, a metà strada tra la nave e la spiaggia, ancora potevo sentire i canti degli allegri indigeni a cui rivolsi il mio cuore, la mia gratitudine ed un ultimo saluto sapendo che sebbene non li avrei mai più visti, sarebbero rimasti per sempre con me.