Claudio FIORENTINI

Provate ad immaginare un posto dove metà del sogno si fonde con metà della realtà. Visualizzatelo bene, poi immergetevi in questa melma ibrida e viveteci, non per metà, ma interamente. Allora sarete a Bighlise, ed avrete voglia di andare al Faro, a conoscere quel guardiano misterioso. E ci porterete i vostri amici. Allora la vostra vita acquisterà il mistero necessario a renderla piena. Non è detto che funzioni, ma Bighlise è un posto che può far funzionare la metà del sogno e la metà della realtà, creando una miscela dove le due metà mancanti non saranno inutili.
Conoscevo la zona, ma non ancora il faro. Da quelle parti mi piaceva andarci al tramonto, in autunno, quando non c’era nessuno. Era poco lontano dalla strada che battevano le prostitute e, mi vergogno a confessarlo, l’avevo intravisto per la prima volta proprio quando, preso da un attacco di solitudine, dopo aver passato la mia giornata a cercare un po’ di contatto umano ed aver fatto puntualmente cilecca, ero combattuto tra passeggiare per respirare un po’ di sana aria di mare oppure entrare a far parte del carosello di movimento serale e impudico che catalogavo come un convivio di fallimenti, sperando ancora di trovare uno specchio dal volto di donna che potesse cambiarmi la vita in bene o in male, ma per sempre. Qualcosa avrei dovuto pur cambiare nella mia grama esistenza dal momento in cui ero disposto anche a pagare per un po’ di compagnia e mi fermai.
- Incroci le dita per scaramanzia?
- Beh, speravo che non si fermasse uno brutto e magari anche con l’alito pesante. Stasera non sono al massimo.
- E io, sono brutto?
Mi guardò con attenzione.
- Senti, uno come te, perché viene da una come me?
Pensai di rispondere “solitudine!”, ma la guardai bene e volli essere sincero:
- Superstizione?
Ad un tratto si era ricordata perché era lì.
- Senti, io devo lavorare. Cinquanta.
Si faceva chiamare Slow. Ti diceva che il suo nome lo devi pronunciare lentamente, per coerenza. Infatti, vuol dire Lento. Ma lui non era lento, e forse non era quello che noi abbiamo conosciuto. Da una ricerca su di lui ho scoperto che si chiamava Maniero del Belga Terzo, figlio dell’arciduca di Scozia Maniero del Belga Secondo e di Tathy Buckenhalf, a sua volta figlia di Buckenhalf (Aquisgrana 1892- Ouagadougou 1986), sociologo, etnologo e ornitologo, celebrato per le sue bizzarre teorie nel campo della biotransociografia. Il nostro Maniero del Belga Terzo, che noi tutti abbiamo amato conoscendolo solo come Slow, in gioventù abbandonò l’agio della magione di famiglia per vivere in una comune del Minnesota. Fu cacciato da quella comune e dal Minnesota perché sospettato di comunismo. Si rifugiò in Viet Nam durante la guerra e risalì i sentieri della selva fino ad arrivare in Tibet dove fu riconosciuto come la dodicesima reincarnazione del Lama Giatzo Nerumi. Vedendosi venerato riprese il cammino della selva ed arrivò in Turchia dove imparò le danze dei Dervisci. Riprese il suo viaggio ed arrivò in Romania dove si aggregò ad una carovana di zingari. Durante tutti i suoi spostamenti seminava pace ed amore grazie alla sua filosofia di tolleranza e di non violenza. Ma lui rifuggiva i fasti e si nascose nella foresta Transilvana per poi riprendere la sua strada ed andare in pellegrinaggio al cimitero Père Lachaise per rendere omaggio alla tomba di Jim Morrison.
Andai di corsa all’agenzia funebre. Il sottofondo musicale era lo stesso martellante Te Deum del dottore. Entrai nell’ufficio di Cantalapena e vidi poggiata in un angolo una valigia da donna e buttati su una sedia credetti riconoscere i vestiti di Penelope. Nel laboratorio Cantalapena stava rifinendo una bara modello Windsor e tamburellava distratto l’atroce ritmo di quel Te Deum ed io lì, stufo di passare per un imbecille, raggiunsi Cantalapena e lo chiamai, e lui smise di tamburellare e si girò verso di me con espressione di sorpresa, ed io che avevo già chiuso a pugno la mano destra puntai il mento del fellone e, finalmente, dopo cento e più pagine di racconto riuscii a mollare un pugno sul grugno di quel disgraziato che diventò d’improvviso la provvidenza in persona e si prese in faccia tutta la mia immeritata rabbia cadendo poi nella bara modello Windsor che era lì in terra e che sembrava proprio volerlo accogliere tra sete e cuscini colorati.
Spensi tutto, uscii dalla macchina. Respirai a pieni polmoni. C’era un leggero odore di zolfo nell’aria. Chissà. Penelope non c’era… Tornai in macchina. Misi in moto ed aprii il finestrino. Zolfo. M’incamminai verso la carrareccia. L’odore di zolfo era ancora lì, anzi, si faceva sempre più forte. Mi fermai di nuovo, scesi dalla macchina, guardai a valle. Il capannone! Chi c’era più tornato? Le ruspe avevano spianato l’area di accesso, alcuni container erano stati messi lì e con prepotenza ci dicevano che quel posto gli apparteneva, l’edificio dietro il capannone era stato riverniciato e dalla ciminiera cominciava ad uscire del fumo, inizialmente timido, tra qualche giorno dirompente. Proprio lì nella valle.
E’ così che a volte ci si separa. Ad un certo punto la strada che prendi non piace agli altri e viceversa. Chi sceglie una strada piuttosto che un’altra lo fa perché è così che deve fare. E può non andare di pari passo con le scelte degli altri.
Tacque. E come un evento che ha la capacità di evocare con grazia le verità più intime, trascorreva il tempo, la serata e la strada tutta buche, mentre l’odore del mare si faceva più tenue, quell’odore che non chiede altro che essere respirato. Profondamente.
Mi fermai. La guardai. Mi guardò. Intensamente. D’un tratto, come un bambino che ha d’improvviso paura, scoppiai a piangere e mi lasciai andare sulle sue gambe, mentre lei mi accarezzava dolcemente i capelli.
La brace. Che immagine densa. Un rosso vivo coperto di grigio che si lamenta sibilante e lancia scintille a tutto tondo. Improvvise scintille. Odore di legna bruciata e calore localizzato in un punto. Quel punto e non altri. Quel punto che non puoi toccare.
Ma il destino è un burlone che si compiace di allontanare gli attimi tra loro e li sparge come carte su un tavolo da gioco isolandoli, rigirandoli, mischiandoli e rendendoli incapaci di comunicare tra loro e d’improvviso ti sembra di perdere il filo della trama della vita (poi comunque ci pensa la vecchiaia a rimettere tutto a posto). La vita è bella nonostante sia incomprensibile. La ritrovi dappertutto: nelle bettole di periferia, sulle strade delle battone, tra gli alberi di un parco, nel nevrotico centro di una metropoli… E’ fatta così, come un fiore nei campi che sboccia, splende e poi si trasforma in erba secca, polvere e concime… dando il meglio di sé anche da morta. La vita non chiede altro che vivere e lasciar vivere. Il mistero è nel perché della nostra sorte. Sorte indecifrabile, volubile ed a volte terribile, comunque inesorabile sorte di vivere e morire, di riempire il vuoto che ci sarebbe se noi non fossimo lì a riempirlo dall’inizio alla fine dei nostri giorni. Ed anche i giorni che non hanno un senso alla fine un senso ce l’hanno. Va a sapere che significa. Prima non lo sai. Poi d’improvviso succede qualcosa e ti ritrovi sull’orlo del precipizio e devi decidere tu, tu e nessun altro. E quando non sai cosa fare, peggio per te. Soffri. Soffri e poi comunque decidi. Anche se decidi di non far niente alla fine decidi lo stesso. E vai avanti. Vai avanti fino a che non leggi il giornale e trovi un’inserzione che per qualche motivo ti colpisce e ci pensi su fino a che non diventi matto.
Giorgio Barberi Squarotti (da una lettera manoscritta)
Il romanzo è vivace, saporoso, inventivo, giovanilmente avventuroso e suggestivo. L'autore sa muovere i suoi personaggi con alacrità, continuamente suscitando nuove situazioni, ora bizzarre, ora malinconiche, ora giocose; e riflessioni si alternano a sogni, amori ad aspirazioni creative e d’arte, ma tutto ciò che è raccontato dà sempre l’impressione della scommessa, e così davvero il genere romanzesco risulta rinnovato allegramente e un poco sfrontatamente. Le trovate sono libere e mutevoli, piacevoli e animate: come a dire al lettore che non creda alla realtà, ma alla capacità della parola, della scrittura.
Donato Di Stasi:
Alla Ricerca dell'Oltre ...
Il faro è una costruzione limpida, aeriforme, prometeica, quando scava nel globo oculare delle tenebre e impedisce a cose e avvenimenti (illimitatamente pieni di tempo, limitatamente vuoti di significato) di andare a cozzare contro la parete oscura dell'inconscio. Il faro ingloba ogni chiarezza, ogni comprensione, qualsiasi definizione della realtà, così tiene incollati tutti gli sguardi su di sé, poiché illumina l'immensa superficie dell'Oltre, vale a dire l'altro della vita, quello che in apparenza cerchiamo, ma che facciamo di tutto per evitare, per non dover prendere coscienza della nostra vera natura, dei nostri fragilità e delle nostre debolezze. Claudio Fiorentini scrive per dipanare il filo degli eventi, per annodare le combinazioni umane più bizzarre, per concatenare le mezze verità della veglia e le verità e mezzo del sogno: leggere le sue pagine significa scivolare dentro uno scafo solido, di tanto in tanto sbatacchiato da un soprassalto di corrente, nel quale il mondo viene risucchiato e restituito sotto forma di narrazione accattivante e di divertissement intelligente e sardonico. Leggere Il faro di Bighlise comporta l'obbedienza alle norme diegetiche stabilite dall'autore riguardo ai suoi svelti paragrafi, ai codicilli di una voluta illusione, alla lotta incruenta (nei mari d'inchiostro almeno) contro il tempo e la morte: sotto ogni tempesta o bonaccia esistenziale per comporre romanzi bisogna saper manovrare la thyche (la ruota del caso) per sbeffeggiare la vastità pluriforme del destino e rinchiuderla nel perimetro delle pagine narrate. La vicenda, qui al vaglio, ruota attorno al misterioso faro di Bighlise e al suo guardiano, Amilcare, facondo santone, ciarlatano, o più semplicemente saggio d'altri tempi, capace di tenere legate le vite smaniose di un divertente serraglio postmoderno. Discendenti a loro modo dalla sublime tragicità dell'eroe romantico, oltre che dai flutti tranquilli dell'eroe borghese, i personaggi in azione aspirano a una certa esemplarità in un tempo storico come il nostro, nel quale tanto poco contano le testimonianze individuali, da qui la bizzarria di nomi altamente improbabili come nel caso di Cantalapena (lavorante in un'agenzia di pompe funebri con le mansioni di decoratore di feretri), Tarbo (ereditiero sdrucito, perennemente in analisi per passatempo), Napalm (il tormentatore notturno che sbomballa gli zebedei del narratore con telefonate agghiaccianti su improbabilissime e sgangherate trame di film prossimi venturi), Penelope (sorta di incrocio tra Calipso e Circe, prostituta di riporto, invero sentimentalissima ricercatrice di affetti). Il narrante, tal Gigle (sembra il nome di uno stacchetto pubblicitario), si profila come voce interna intradiegetica, che stantuffa il proprio cervello sul rapporto tra "anoressia e obesità nelle tribù nomadi del Polisario", si invaghisce malgré tout della seducente peripatetica di cui si è detto, e per buon riporto si sottopone a parassitarie sedute psicologiche per interposta persona (il Tarbo di prima), al fine di trarne qualche beneficio per le proprie dissestate stanze interiori. Il faro di Bighlise assume i contorni del romanzo di formazione (bildungsroman), quando proclama il suo eccesso di diversità, la sua costante rottura delle costrizioni esteriori (consumismo et similia), la sua caratterizzazione per paradossi all'interno di capitoli narrativi che si distinguono per verosimiglianza e credibilità fino al rovesciamento conclusivo che ogni lettore potrà scoprire senza grande sforzo. Svelto come una sceneggiatura, fittamente intessuto di dialoghi, caustico come un pezzo di cabaret, grottesco, a tratti lirico, rigoroso squartamento dell'omologazione, Il faro di Bighlise offre altresì un piglio di scrittura sociologica, facendosi l'autore memorialista e cronista di esistenze inceppate e malvolenti. O per descrizione diretta, o per raffinato gioco di specchi, il racconto intreccia e oppone destini di infelicità e di delizia, di suprema incosciente leggerezza e di disperazione per il mancato raggiungimento di aspirazioni amorose e di una passibile tranquillità esistenziale. In iato, frase per frase, si succedono arcipelaghi, insularità assolute, bracci di mare superbamente ondosi, che non toccano ma lasciano avvertire il mistero assediante delle cose sotto l'azione escoriatrice del tempo, sotto il solido peso dei sentimenti: Claudio Fiorentini, da perfetto viaggiatore, non sfugge al turbiniò che agita le onde dei rapporti umani, colloquia con le profondità abissali della coscienza, lì dove si abbarbicano i relitti psichici di ciascuno di noi. Come un serie di fogli consunti dalla salsedine, Il faro di Bighlise appare come l'opera che il suo autore ha strappato all'assolutezza e offre ai lettori nella prospettiva di scoprire i veri segni del mondo, di rinvenire i movimenti che si compiono dietro le facciate degli incontri quotidiani. Con la tecnica dell'illustratio l'autore rende drammaticamente e ironicamente visivi i fatti, esprime riflessioni (forse l'aspetto più interessante del libro), ricorre a una scrittura concisa, ordinata, realistica, in cui vibrano acutezza e autentica profondità. Nella circolarità di giorni uguali Claudio Fiorentini pone la questione determinante dell'altrità, dell'Oltre insondabile, di quel quantum di mistero senza il quale la vita scorre come una fastidiosa sarabanda di inutili saliscendi.
Luciano Nanni:
Narrativa. Benché il faro non costituisca una simbologia istituita (si è parlato di un racconto incompiuto di Poe) la sua immagine suscita l’idea di guida per i naviganti e, nel contempo, d’inquietante solitudine: nel finale del romanzo il protagonista (in prima persona) ne diverrà il guardiano. Se l’inizio è su un tono un po’ misterioso, suggerendo ‘storie e leggende che si perdevano nella notte dei tempi’, la vicenda invece si snoda con prosa spigliata e dialoghi cui non manca il tono scherzoso. La fantasia però prende spesso il sopravvento, come nel XXI capitolo o nel trafiletto del XXV.
Roberto Bianchi:
Romanzo ben scritto e con importanti messaggi, anche con evidente caratterizzazione filosofica. Un vecchio, dal faro a precipizio sul mare, diviene colui che con il suo vivere ritenuto tanto fuori del comune, tenterà di distogliere dalle tante cose pericolose tipiche della vita d’oggi. Gingle comincia a raccontarsi presso il luogo, ove solitario vive l’isolato anziano e proprio lì, il narratore si trova innanzi a una meretrice, lontanissimo dal poter comprendere la differenza tra sesso e amore. Le sequenze dialogiche ci spiegano direttamente visioni assai importanti della vita, con buonissimo ritmo e capacità d’espressione, messe in bocca a Tarbo, l’amico del protagonista e che sarà presente per tutto il libro.
L’anziano uomo del faro, dedica tutto sé stesso alla meditazione, per questo pare intricato e assurdo, lontano dalle cose effimere che invece tanto hanno rilevanza per il resto del mondo rispetto alla comprensione dell’esistenza. L’anziano uomo parla e declama, spesso paiono assurdi i suoi messaggi, a coloro che sono intrappolati nei bisogni indotti dal sistema. Egli viene pensato stravagante e avulso da tutto, mentre leggendo si può cambiare parere riguardo al pensare, provare a trovare nella solitudine quanto cercato, oltre ogni preconcetto e pregiudizio. S’intrecciano storie d’amori inseguiti e poi perduti, mentre sullo sfondo continua a stare il vecchio e solo quando Gingle va presso il faro ad ascoltarlo, affiorano i pensieri che riescono a fargli comprendere quanto cose da cambiare ci sarebbero nella sua vita.
Sin dall’incontro con lo psicologo dell’amico Tarbo, compare in scena il ricordo di un certo Amicare che sarà da tenere ben a mente per il proseguio della trama. Alla fine a guardiano del faro, quando il vecchio sarà lasciato morire, chi andrà?... vedrete gli scherzi del destino!!! Mentre le parole venate di mistero udite proferire hanno lasciato qualcosa.
Riflessioni su ciò che il mondo ci propone, su cosa il sistema ci propina facendolo passare per buono… allora sarebbe meglio che esistessero più vecchi che dai loro fari ci raccontassero qualcosa per distoglierci dalla violenza e dell’aggressività che pervadono le nostre vite. Il faro è per i marinai ciò che indica la strada da seguire e oltre il mistero il vecchio dava davvero dei punti di riferimento importanti.
Il libro ha molti personaggi e la trama a volte è poco parca, tuttavia si notano anche le capacità del bello scrivere, non ultimo l’uso corretto degli apostrofi in presenza di vocali omofone.
Il romanzo è sicuramente inadatto a un pubblico giovane. Purtroppo a volte l’uso di termini triviali, abbassa il livello della interessante opera. Pare che il lessico di certi autori a volte sia così povero da dover ricorrere all’uso di termini grossolani, eppure il nostro vocabolario non dovrebbe mancare di possibilità di scelta.
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